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«Negli Stati Uniti esistono vari listini con un milione di opzioni azionarie quotate, ognuna delle quali produce 5 prezzi al secondo. Come può l'occhio umano seguire un mercato così? Si tratta di 5 milioni di prezzi diversi ogni secondo. Ovvio: servono i computer». Ma neanche lui, il padre del computer in borsa, avrebbe mai immaginato che in circa 20 anni a Wall Street sarebbe praticamente scomparso il genere umano: calcola Tower Group che oggi l'uomo da solo, con il metodo tradizionale del telefono, produce appena i l24% degli scambi azionari. Per tutto il resto serve il computer. Anzi: il 53% dei volumi di borsa – stima Aite Group – sono realizzati autonomamente dalle macchine e dai loro sofisticati algoritmi. E questo, sostiene Buhannic, da un lato è un bene: «Il mercato è ora molto più efficiente di un tempo». Ma, potenzialmente, è anche un Il flash crash.Un assaggio del possibile effetto domino è arrivato lo scorso 6 maggio, quando – per colpa dei trading algoritmici, di quelli high frequency e della framentazione dei mercati – Wall Street crollò di 600 punti in pochi minuti, trascinando con sé incredule Le Autorità di vigilanza Usa hanno ricostruito per filo e per segno cosa è successo quel giorno, ma la scintilla di quello che gli americani hanno ribattezzato «flash crash» non è stata ancora realmente individuata. Dunque qualcosa di altrettanto devastante può accadere ancora. «Per questo – spiega Buhannic – servono nuove regole. Non ingombranti, perché non si deve fermare il progresso. Ma qualcosa bisogna fare. Il problema è che qualcuno gioca troppo duro con i trading elettronici. E non è giusto che chi ha i mezzi economici per avere le macchine più sofisticate possa trarre eccessivi vantaggi a scapito degli altri». Dall'uomo alla macchina. Il progresso, però, ha portato molti vantaggi alle borse. Un tempo il mercato azionario era una bolgia di broker che comprava e vendeva per conto dei clienti nel parterre delle borse di tutto il mondo. Scene ben note a chiunque abbia mai visto il film «Una poltrona per due»: urla, grida, confusione. Inefficienza. Errori umani. Rischi. Un investitore che voleva acquistare azioni doveva alzare il telefono e chiamare il broker, questo a sua volta chiamava il suo referente in borsa e il contratto si chiudeva. Questo sistema aveva numerose lacune. Innanzitutto i broker avevano informazioni privilegiate: quando qualche grosso investitore chiamava per comprare o vendere grandi quantitativi di azioni, gli intermediari – sapendo che il titolo in questione si sarebbe poi mosso – potevano sfruttare il'informazione per specularci sopra. Ma anche al netto della malafede, con il sistema "antico" quando un grosso ordine di acquisto o di vendita arrivava sul mercato muoveva il titolo a scapito dell'investitore che aveva lanciato l'ordine. «Si calcola che mediamente l'impatto sul mercato dei grossi ordini fosse a quei tempi dello 0,30-0,35% – spiega Buhannic –. Se a questo costo per l'investitore si aggiungevano le commissioni pagate ai broker, si arrivava a un esborso totale dello 0,70%. E questo, per grossi ordini, significava costi enormi». L'avvento del computer in un primo momento non ha ridotto l'impatto sul mercato, ma in un secondo tempo – grazie ai trading algoritmici – l'ha più o meno dimezzato. I computer sono infatti oggi in grado di spacchettare i grossi ordini di acquisito o di vendita in borsa, e Alla velocità della luce. Piano piano i computer hanno reso possibili operazioni di compravendita che ai tempi delle grida non erano neppure immaginabili. Questo ha aumentato i volumi in borsa, migliorando l'efficienza del mercato: se oggi qualunque risparmiatore che vuole vendere o comprare azioni trova un prezzo facilmente, è merito dei computer che muovono quantità inimmaginabili di azioni ogni secondo. Con gli anni si sono poi moltiplicate le strategie "automatizzate" di trading. Solo nel mondo degli algoritmi ci sono varie metodologie, più o meno aggressive. Poi sono nati gli high frequency trading, che pompano ordini da milioni e milioni sui mercati in pochi millisecondi, in modo da guadagnare dai micro-movimenti delle azioni e da lucrare dalle inefficienze dei mercati. Negli ultimi tempi sono anche state create le «machine Morya Longo, Il Sole 24 Ore, November 7 2010 |